Leonardo un burattino con i fili recisi

universitari 2
di Nadia Marabese
26 gennaio 2012

Leonardo ha 25 anni,  la laurea presa da pochi mesi, una ragazza giusta da 8 anni, e il futuro tutto davanti. E invece no. La sua vita si chiude quella sera del 12 gennaio, giù dal ponte,  là in basso disarticolato come un burattino con i fili recisi. Ma chi ha tagliato le corde robuste di una vita pronta a sbocciare, e cosa ha permesso o addirittura determinato quell’inaccettabile fine ?
Leonardo nasce in un paesino della Sicilia, sperduto nei campi. In terza superiore conosce Michela che sta in un altro piccolo centro e affronta il viaggio quotidiano per studiare. Si innamorano e insieme decidono di andare al Nord per affrontare l’università, il NORD dove ci sono più possibilità di lavorare. Per la famiglia di Leonardo il figlio dottore è comunque un motivo di orgoglio, ma un figlio che diventa dottore al Nord è ancora meglio. Con fatica e sacrifici sicuramente, e forse anche con un po’ di rabbia per com’è fatto male questo nostro paese, mantengono il ragazzo a studiare a Torino.

Leonardo sognava la grande città e come ci arriva la adora, ama la folla, la gente tanta e strana. In più  convive con Michela, anche lei studentessa, lei pure iscritta alla medesima facoltà: così si costruisce la vita e si realizza il sogno. Leonardo è un ragazzo minuto, timido e spesso silenzioso, ma sorride volentieri, è gentile e cortese, sempre disponibile. E’ pure un bravo studente, gli esami li passa con buoni voti, ci mette un grande impegno, e punta a raggiungere l’obiettivo, secondo l’antico schema, per se stesso e per dar soddisfazione alla famiglia. Al terzo anno di università inizia il tirocinio presso un’associazione cittadina che si occupa di ragazzi disabili e oltre a disponibilità e sensibilità, mette in campo anche una buona competenza. I responsabili e i colleghi lo apprezzano, i ragazzi vedono nella sua tranquillità e fermezza un punto di riferimento importante.

Michela e Leonardo vivono felici, impegnati nello studio e con un giro di amicizie che si allarga anche fuori dall’ambito universitario. La loro vita insieme procede bene con un unico peso: essere ancora mantenuti dai genitori. Vorrebbero lavorare perché a 23 anni pesa non sentirsi autonomi, ma le famiglie non vogliono: dovete studiare e diventare dottori. Leonardo continua il suo impegno nell’associazione come volontario e si laurea. Finalmente ha in mano la propria vita. Può scegliere, può decidere, è un uomo completo. No però, non ancora: ci vuole un altro periodo di tirocinio e poi  l’esame di stato, difficile e per certi versi assurdo, se mediamente il 30% dei neolaureati viene bocciato. Il problema maggiore però è che l’esame costa: €600! E poi la facoltà prescelta implica una successiva scuola privata di specializzazione per altri 4 anni, che costa per la sola iscrizione più di €12 mila. E se non c’è quella specializzazione quella laurea quasi non serve.

C’è un mondo di universitari mantenuti fino a 30 anni, una categoria venuta alla ribalta giusto in questi giorni come “incapace”, grazie alla spocchiosa definizione di un figlio di papa paracadutato senza troppi meriti a membro di governo. Ci sono poi i tanti Leonardo che hanno un solo problema: passare l’esame. Lui in particolare sa anche che non avrà appello perché la sua famiglia non glielo potrà concedere, e lo sa pure Michela che vive la stessa condizione. E’ quasi per darsi forza che sceglie di continuare il tirocinio post-lauream nella stessa associazione, dove sperimenta altri compiti e affina le proprie buone capacità.  che appaiono notevoli.

Finchè… finchè non arriva l’ostacolo da superare: l’esame di stato.

Non è chiaro cosa abbia avuto il suo tema meno di altri, di diverso da altri, ma la differenza è che altri passano e lui no. Chiede spiegazioni, vuole capire, forse si arrabbia ma non lo dà a vedere, ma il suo sorriso si fa triste e sommesso, si sente umiliato e si vergogna. Michela è promossa, esce e a pieni voti, e anche il confronto si fa spietato.
Bisogna rifare tutto, perdere i prossimi 6 mesi, ri-versare altri 600 euro, ma ora è tutto diverso con quella sensazione di inadeguatezza, quel complesso di colpa latente. In associazione viene rincuorato, e gli offrono un lavoretto per aiutarlo economicamente. Ma lui ha ceduto, è meno preciso, fa strani errori. Alla fine confessa disperato che la sua famiglia gli ha imposto di tornare in Sicilia, dove gli hanno già trovato un lavoro, che nulla c’entra con desideri e capacità, e nemmeno con gli studi fatti.

E’ un uomo sì, ma in preda all’angoscia. Resiste per un poco, poi si lascia trascinare via e Michela – che pur avendo passato il maledetto esame non ha comunque trovato lavoro – torna con lui. Ma è una vita completamente diversa in un mondo diverso e in due paesi lontani. Altro non si sa in associazione, se non che per le feste sono arrivati gli auguri, che la prima parte del nuovo esame era stata affrontata e superata e ora mancava soltanto più di conoscere l’esito della seconda.

Due giorni dopo l’ultima prova, Leonardo esce per recarsi al lavoro, fa uno squillo a Michela, un segnale per dire che va al lavoro, ma non arriverà mai a destinazione. Si sa che ha girato in macchina, avanti e indietro, poi a sera alle otto e un quarto ha parcheggiato a lato strada ed è finito là sotto.

Rimangono gli interrogativi. Cosa ha pensato per tutto quell’ultimo giorno, oppure per tutti quelli precedenti dopo il distacco da Torino? Perché non ha mai parlato nemmeno con Michela? Perché nessuno è riuscito a capire? E poi tanti altri perché allargati al nostro vivere di ogni giorno.

In associazione è rimasto il giubbotto di Leonardo. Stava al solito posto, come una promessa: <Tornerò!>. E ancora là, nessuno può e vuole toglierlo.

N.B.: la storia di Leonardo è una drammatica, recentissima storia vera. Non è vero il suo nome, e non abbiamo abbondato in particolari per rispettare la sua memoria, ma chi lo ha incontrato lo riconoscerà e ricorderà con immutati considerazione, stima, amore.

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